📜 Documenti & Memorie di Panocchia

La Vera Storia
dell'Invasione Senza Alieni

La storia dei cerchi nel grano di Panocchia è talmente leggendaria
che gli è stato dedicato un poema epico.

Nel mezzo di un meriggio assolato

il China e Paciuga si ritrovarono

in una carraia tra il grano maturo

e ben presto un buon fiasco si scolarono

per scacciare quel caldo imperituro.

Ah, quanto a dir qual era è cosa dura

quella campagna secca, afosa e malsana

dove non si riusciva a calmare l’arsura

nemmeno con una damigiana.

Ma nonostante tutto molta fortuna vi trovarono,

anche se erano talmente pieni di sbornia

che la verace via abbandonarono,

ma giunti nei pressi di un fosso

si guardarono attorno

e Paciuga, nonostante il caldo che aveva addosso,

vide e credette a ciò che aveva appena scorto.

Ecco per il campo deserto stendersi uno strano agroglifo,

steso così magistralmente tra le spighe

che ai suoi occhi pareva un prodigio

e richiamando tosto lo sguardo del China

stettero immobili a rimirare quelle pieghe.

Non stavano sognando ma erano desti!

Davanti a loro c’era uno strano disegno

fatto nel grano da un abile ingegno!!

Non poterono piĂą aspettare

e subito la notizia andarono a divulgare.

Nella nostra cittĂ , la quale sempre di varie genti era stata abbondevole,

era un baldo giovine chiamato Gabo,

uom semplice e di facili costumi,

e vi era inoltre un giovane astuto e avvenevole, chiamato Dado,

il quale venne subito avvisato dal China e Paciuga della fresca scoperta.

Egli, saputo ogni particolare s’accostò alla dimora del Gabo,

grande appassionato di tali dipinti misteriosi

ed incominciò a ragionare delle virtù di codesti disegni così efficacemente

tanto da sembrare un solenne e grande intenditore.

Vedendo il Dado dir queste parole con viso fermo e senza ridere,

vi diede quella fede che si può dare a qualunque verità

e accettò di voler rimirare tale stranezza.

Tosto il Gabo si partì dal Dado, accorrendo al loco ove l’agroglifo era ubicato

ed alla vista di tale splendore

cadde, come corpo morto cade, per lo stupore.

Ripresosi da tale maraviglia si propose di avvisare suo padre

che soleva dilettarsi tra le nubi a bordo del suo velivolo

dal quale ben come nessun altro avrebbe potuto ammirare tale miracolo.

Il brav’uomo subito acconsentì e levandosi in volo

riuscì ad immortalare tale bellezza dall’alto ove si trovava e

riportò le fotografie al suo figliolo,

pago di vederlo gioire e zampettare come un capriolo!

Ma la grande notizia non tardò a dilagare

ed un fracco di gente cominciò ad arrivare!

Ed ecco un giorno verso noi venir nel campo un essere repellente

e di terribile stampo…

Era l’imperator del Galileo regno

non solo ripugnante,

ma privo d’ingegno!

Ed ecco incombere con immense spire un enorme mostro

e insieme tra le dorate spighe avanzarsi verso l’agroglifo.

Alto emergeva dai flutti l’irto collo di sanguigne creste

e trave il corpo lungo l’arida terra

snodando in gran volute l’immane corpo.

Giunse nel cerchio.

Aveva pupille infuocate e rosseggianti di sangue e

una linguaccia vibratile lambiva i labbri sibilanti.

A tal vista i nostri giovani pallidi fuggirono.

Dapprima quell’essere terrificante volse lo sguardo attorno a sé,

poi con fare malefico si attorcigliò con le squamose spire

attorno alle innocenti spighe

che furono agguantate

e portate negli antri oscuri di quel mostro

intriso di bava e veleno per essere a lungo studiate.

Si ritrasse alfine l’orrendo dragone dicendo ai giovani:

“Guai a voi anime prave!
Perché poi dovrò ritornare…
Il mio nome è Pattera
E presto scatenerò una bufera!”

All’udir tali parole i giovani fuggirono atterriti.

Accorrean d’ogni parte i messi dell’informazione

cupidi di conoscerli per sapere di tutto e di piĂą della loro esperienza

e tutti in folla si accalcarono in particolare su Dado e Carlo

pronti a tempestarli con innumerevoli quesiti.

Come si videro in mezzo a tanti sguardi e turbati ed inermi,

volsero gli occhi su quella calca di curiosi giornalistucoli;

essi intimoriti iniziarono a proferire la singolare esperienza vissuta

senza tralasciare lo stupore, l’incredulità e i loro dubbi

che ancora avevano riguardo a tutto ciò.

Preso nota di ogni cosa la stampa se ne andò

e il giorno seguente il tutto sui giornali pubblicò.

Ormai non vi era loco in tutta la provincia

che non fosse a conoscenza di tali eventi

e subito cominciarono ad affluire molte genti.

Per primo fece la sua comparsa nel campo un eccentrico signore

che definendosi una persona qualificata ed esperta,

cominciò a sproloquiare sull’origine degli agroglifi;

ma si comprese ben presto la sua preoccupante condizione mentale...

Definendo infatti la presenza dell’agroglifo opera di qualche burlone perditempo

fatto mediante un volgare paletto ed una banale corda,

rivelò subitamente l’inesistente padronanza delle sue facoltà!

Dopo costui, su l’erboso piano, sfoggiava la sua bella persona l’impareggiabile Berto

e proferì il suo giudizio, di gran lunga più sensato e verosimile:

“A ghè scomètt, c’le stè un folètt!”

Giunsero poi nel luogo delle arzille signore

che allibite da tale prodigio si levarono i calzari,

timorose di profanare la sacralitĂ  di quel suolo,

e speranzose di poter meglio usufruire delle onde positive da esso emanate.

Anche munite di magici amuleti esse giungevano

per poter catturare in esso l’energia benefica,

molto abbondante a loro avviso, nei pressi del campo.

Vi era inoltre tra la moltitudine

chi al calar della sera si raccoglieva in meditazione,

praticando yoga in quello che forse avevano sconfuso in un santuario zen…

NĂ© taceranno ora i miei canti di quei gentili cavalieri

che accorsero in aiuto di larve e vermetti i quali,

malauguratamente incappati nell’arrivo alieno,

furono arrostiti dai fasci luminosi emanati dalle potenti navicelle.

Ora non saprei dir l’utilità di tali insettucoli,

ma ciò rese molto felici i visitatori che ne portarono via a manciate.

E vennero pur dalla marruvia gente i seguaci di un certo Rael,

un sacerdote col capo adorno di strampalate teorie,

che tra le tante cose soleva con formule e gesti

addormentare gli ignari ascoltatori con l’infetto fiato e,

sfruttando gli agroglifi altrui,

blandiva con inutili ciance nuove anime da aggiungere

alle schiere del suo vasto e pericoloso impero:

“Considerate la vostra semenza,
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir il progresso e la scienza.”

Ne piĂą mai vi fu luogo che attrasse quella fiumana di gente,

accorsa gioiosa a rendere omaggio a questo paese.

Ma vedendo quelle messi sempre piĂą mature e indorate

un presagio ormai di sventura

sobbalza e trasale nell’intimo di ogni cuore…

Tutta questa piana di terra ormai consacrata

non ci sarebbe piĂą stata,

una volta giunto l’inarrestabile Berto, sterminatore di spighe,

che con arma tagliente avrebbe fatto strage su quel suolo.

Per questo il cuore di molti giovani si vestì a lutto e,

lacerati di paura, si lanciarono in difesa del loro tesoro,

quali cavalieri possenti, formidabili in guerra

per audace fermezza di cuore.

Quando ormai ogni speranza sembrava perduta

scese invocata un’idea dal cielo che

scaturita dalla mente inscrutabile del Dado

trovò il modo per cui tale evento non venisse mai dimenticato:

l’ormai celeberrimo agroglifo venne impresso su candide magliette

da indossare a celebrazione di tale avvenimento.

Ma come divulgare in lungo e in largo la quantitĂ  infinita di capi prodotti?!

Tale impresa sarebbe rimasta incompiuta

se non fossero intervenute tre adorabili fanciulle

discese in terra a miracol mostrare!

Risplendeva tutto quel campo quando le tre giovani arrivavano,

simili a spiriti celesti e soli lucenti.

Si mostravan cosi piacenti a chi le guardava

che davano una dolcezza al cuore che intender non può

chi non la provò:

dalle loro labbra si muoveva uno spirito soave e pien d’amore

che andava dicendo ai passanti: COMPRATE! COMPRATE!

E all’udir tali parole, tutti ammaliati da tale beltà,

diedero il loro contributo acquistando innumerevoli magliette che ben presto finirono…

Tanto dunque può stile di mano femminile!

Ah non sia meraviglia...

Natura, autrice d’ogni cosa bella,

pure è femmina anch’ella!

Qui si conclude questa storia che,

benché trovata da povera gente,

c’è parsa cosa giusta che abbiam pensato di metterla qui...

La quale, se non v’è dispiaciuta affatto,

vogliatene bene a chi l’ha fatta, e anche un pochino a chi l’ha scritta.

Ma se invece fossimo riusciti ad annoiarvi credete che non s’è fatto apposta.