Nel mezzo di un meriggio assolato
il China e Paciuga si ritrovarono
in una carraia tra il grano maturo
e ben presto un buon fiasco si scolarono
per scacciare quel caldo imperituro.
Ah, quanto a dir qual era è cosa dura
quella campagna secca, afosa e malsana
dove non si riusciva a calmare l’arsura
nemmeno con una damigiana.
Ma nonostante tutto molta fortuna vi trovarono,
anche se erano talmente pieni di sbornia
che la verace via abbandonarono,
ma giunti nei pressi di un fosso
si guardarono attorno
e Paciuga, nonostante il caldo che aveva addosso,
vide e credette a ciò che aveva appena scorto.
Ecco per il campo deserto stendersi uno strano agroglifo,
steso così magistralmente tra le spighe
che ai suoi occhi pareva un prodigio
e richiamando tosto lo sguardo del China
stettero immobili a rimirare quelle pieghe.
Non stavano sognando ma erano desti!
Davanti a loro c’era uno strano disegno
fatto nel grano da un abile ingegno!!
Non poterono piĂą aspettare
e subito la notizia andarono a divulgare.
Nella nostra cittĂ , la quale sempre di varie genti era stata abbondevole,
era un baldo giovine chiamato Gabo,
uom semplice e di facili costumi,
e vi era inoltre un giovane astuto e avvenevole, chiamato Dado,
il quale venne subito avvisato dal China e Paciuga della fresca scoperta.
Egli, saputo ogni particolare s’accostò alla dimora del Gabo,
grande appassionato di tali dipinti misteriosi
ed incominciò a ragionare delle virtù di codesti disegni così efficacemente
tanto da sembrare un solenne e grande intenditore.
Vedendo il Dado dir queste parole con viso fermo e senza ridere,
vi diede quella fede che si può dare a qualunque veritĂ
e accettò di voler rimirare tale stranezza.
Tosto il Gabo si partì dal Dado, accorrendo al loco ove l’agroglifo era ubicato
ed alla vista di tale splendore
cadde, come corpo morto cade, per lo stupore.
Ripresosi da tale maraviglia si propose di avvisare suo padre
che soleva dilettarsi tra le nubi a bordo del suo velivolo
dal quale ben come nessun altro avrebbe potuto ammirare tale miracolo.
Il brav’uomo subito acconsentì e levandosi in volo
riuscì ad immortalare tale bellezza dall’alto ove si trovava e
riportò le fotografie al suo figliolo,
pago di vederlo gioire e zampettare come un capriolo!
Ma la grande notizia non tardò a dilagare
ed un fracco di gente cominciò ad arrivare!
Ed ecco un giorno verso noi venir nel campo un essere repellente
e di terribile stampo…
Era l’imperator del Galileo regno
non solo ripugnante,
ma privo d’ingegno!
Ed ecco incombere con immense spire un enorme mostro
e insieme tra le dorate spighe avanzarsi verso l’agroglifo.
Alto emergeva dai flutti l’irto collo di sanguigne creste
e trave il corpo lungo l’arida terra
snodando in gran volute l’immane corpo.
Giunse nel cerchio.
Aveva pupille infuocate e rosseggianti di sangue e
una linguaccia vibratile lambiva i labbri sibilanti.
A tal vista i nostri giovani pallidi fuggirono.
Dapprima quell’essere terrificante volse lo sguardo attorno a sé,
poi con fare malefico si attorcigliò con le squamose spire
attorno alle innocenti spighe
che furono agguantate
e portate negli antri oscuri di quel mostro
intriso di bava e veleno per essere a lungo studiate.
Si ritrasse alfine l’orrendo dragone dicendo ai giovani:
“Guai a voi anime prave!
Perché poi dovrò ritornare…
Il mio nome è Pattera
E presto scatenerò una bufera!”
All’udir tali parole i giovani fuggirono atterriti.
Accorrean d’ogni parte i messi dell’informazione
cupidi di conoscerli per sapere di tutto e di piĂą della loro esperienza
e tutti in folla si accalcarono in particolare su Dado e Carlo
pronti a tempestarli con innumerevoli quesiti.
Come si videro in mezzo a tanti sguardi e turbati ed inermi,
volsero gli occhi su quella calca di curiosi giornalistucoli;
essi intimoriti iniziarono a proferire la singolare esperienza vissuta
senza tralasciare lo stupore, l’incredulità e i loro dubbi
che ancora avevano riguardo a tutto ciò.
Preso nota di ogni cosa la stampa se ne andò
e il giorno seguente il tutto sui giornali pubblicò.
Ormai non vi era loco in tutta la provincia
che non fosse a conoscenza di tali eventi
e subito cominciarono ad affluire molte genti.
Per primo fece la sua comparsa nel campo un eccentrico signore
che definendosi una persona qualificata ed esperta,
cominciò a sproloquiare sull’origine degli agroglifi;
ma si comprese ben presto la sua preoccupante condizione mentale...
Definendo infatti la presenza dell’agroglifo opera di qualche burlone perditempo
fatto mediante un volgare paletto ed una banale corda,
rivelò subitamente l’inesistente padronanza delle sue facoltà !
Dopo costui, su l’erboso piano, sfoggiava la sua bella persona l’impareggiabile Berto
e proferì il suo giudizio, di gran lunga più sensato e verosimile:
“A ghè scomètt, c’le stè un folètt!”
Giunsero poi nel luogo delle arzille signore
che allibite da tale prodigio si levarono i calzari,
timorose di profanare la sacralitĂ di quel suolo,
e speranzose di poter meglio usufruire delle onde positive da esso emanate.
Anche munite di magici amuleti esse giungevano
per poter catturare in esso l’energia benefica,
molto abbondante a loro avviso, nei pressi del campo.
Vi era inoltre tra la moltitudine
chi al calar della sera si raccoglieva in meditazione,
praticando yoga in quello che forse avevano sconfuso in un santuario zen…
NĂ© taceranno ora i miei canti di quei gentili cavalieri
che accorsero in aiuto di larve e vermetti i quali,
malauguratamente incappati nell’arrivo alieno,
furono arrostiti dai fasci luminosi emanati dalle potenti navicelle.
Ora non saprei dir l’utilità di tali insettucoli,
ma ciò rese molto felici i visitatori che ne portarono via a manciate.
E vennero pur dalla marruvia gente i seguaci di un certo Rael,
un sacerdote col capo adorno di strampalate teorie,
che tra le tante cose soleva con formule e gesti
addormentare gli ignari ascoltatori con l’infetto fiato e,
sfruttando gli agroglifi altrui,
blandiva con inutili ciance nuove anime da aggiungere
alle schiere del suo vasto e pericoloso impero:
“Considerate la vostra semenza,
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir il progresso e la scienza.”
Ne piĂą mai vi fu luogo che attrasse quella fiumana di gente,
accorsa gioiosa a rendere omaggio a questo paese.
Ma vedendo quelle messi sempre piĂą mature e indorate
un presagio ormai di sventura
sobbalza e trasale nell’intimo di ogni cuore…
Tutta questa piana di terra ormai consacrata
non ci sarebbe piĂą stata,
una volta giunto l’inarrestabile Berto, sterminatore di spighe,
che con arma tagliente avrebbe fatto strage su quel suolo.
Per questo il cuore di molti giovani si vestì a lutto e,
lacerati di paura, si lanciarono in difesa del loro tesoro,
quali cavalieri possenti, formidabili in guerra
per audace fermezza di cuore.
Quando ormai ogni speranza sembrava perduta
scese invocata un’idea dal cielo che
scaturita dalla mente inscrutabile del Dado
trovò il modo per cui tale evento non venisse mai dimenticato:
l’ormai celeberrimo agroglifo venne impresso su candide magliette
da indossare a celebrazione di tale avvenimento.
Ma come divulgare in lungo e in largo la quantitĂ infinita di capi prodotti?!
Tale impresa sarebbe rimasta incompiuta
se non fossero intervenute tre adorabili fanciulle
discese in terra a miracol mostrare!
Risplendeva tutto quel campo quando le tre giovani arrivavano,
simili a spiriti celesti e soli lucenti.
Si mostravan cosi piacenti a chi le guardava
che davano una dolcezza al cuore che intender non può
chi non la provò:
dalle loro labbra si muoveva uno spirito soave e pien d’amore
che andava dicendo ai passanti: COMPRATE! COMPRATE!
E all’udir tali parole, tutti ammaliati da tale beltà ,
diedero il loro contributo acquistando innumerevoli magliette che ben presto finirono…
Tanto dunque può stile di mano femminile!
Ah non sia meraviglia...
Natura, autrice d’ogni cosa bella,
pure è femmina anch’ella!
Qui si conclude questa storia che,
benché trovata da povera gente,
c’è parsa cosa giusta che abbiam pensato di metterla qui...
La quale, se non v’è dispiaciuta affatto,
vogliatene bene a chi l’ha fatta, e anche un pochino a chi l’ha scritta.
Ma se invece fossimo riusciti ad annoiarvi credete che non s’è fatto apposta.